Julia Hoffmann-Salz / Matthäus Heil / Holger Wienholz (eds.): The Eastern Roman Empire under the Severans. Old Connections, New Beginnings?, Göttingen: Vandenhoeck & Ruprecht 2024, 368 S., ISBN 978-3-525-30251-4, EUR 95,00
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Il volume è l'esito di un convegno a distanza tenutosi presso la Libera Università di Berlino nel giugno 2022 e intende fare il punto su due capitali questioni relative alla dinastia severiana: l'importanza e il peso svolto dall'orientalismo, ovvero dal fattore etnico della provenienza africana e siriaca della dinastia, e l'impatto che ciò ebbe in rapporto alle province orientali dell'impero sia sotto il profilo politico e militare sia sotto il profilo amministrativo e culturale.
La 'narrativa delle origini' informa i primi due contributi, quello di M. Heil (Die Syrische Kaiserin. Ein Schlagwort und seine Abgründe, 27-46) e quello di J. Hoffmann-Salz (Emesa and Arca as Imperial Patriae under the Severans, 47-82), ma anche quello di B. Edelmann-Singer (Nothing New in the East? The Severan Emperors and the Provincial Elite in the Eastern Roman Empire, 205-224).
Il saggio di Heil fa meritoriamente luce sull'etichetta moderna di imperatrice siriana affibiata a Giulia Domna (così, notoriamente, il sottotitolo della monografia della Levick del 2007, Julia Domna. Syrian Empress). In realtà nelle fonti non vi è il minimo accenno al fatto che le origini di Domna avevano qualche peso nella sua biografia o che addirittura non fosse una vera romana: insomma, gli autori antichi conoscevano le origini di Giulia Domna ma non le consideravano significative. Quella moderna è dunque quantomeno una sopravvalutazione indebita che affonda in realtà le sue radici negli studi di Alfred von Domaszweski che, con più di una forzatura, attribuiva a Domna e alla sua famiglia origini affatto classiche e attribuiva di conseguenza agli orientali un effetto corrosivo sull'Impero romano per cui il governo di Settimio Severo, marito dell'orientale Giulia Domna, era nient'altro che un dispotismo orientale. In realtà Domna e la sua famiglia erano strettamente legate all'impero da almeno due secoli ed ella visse in un'epoca in cui sempre più membri delle élite locali venivano integrati nell'aristocrazia dell'impero; ella, peraltro, con i suoi spiccati interessi intellettuali, fu la più ellenica delle Augustae.
Anche Babett Edelmann-Singer propone di superare l'approccio "etnico" alla dinastia severiana riconducendo i grandi cambiamenti che affiorano in quest'epoca come l'esito di un processo politico iniziato con la morte di Commodo. In particolare, l'autrice si concentra sulla presenza nei koinà orientali delle élite asiatiche e rileva come la loro composizione, il loro ruolo e la loro ascesa nel senato di Roma fossero un fenomeno già in atto nel I secolo d.C. che trova il suo definitivo compimento proprio in età severiana.
La Siria è al centro di ben quattro saggi: quelli di Z. Sawaya (The Relations between the Severan Emperors and the Cities of Phoenicia: Evidence for Imperial Privileges and Retributions, 83-114), di H. Wienholz (Severische Bauprojekte bei Iohannes Malalas, 115-126), di U. Hartmann (Palmyra unter den Severern, 127-162) e di A.-C. Sander (How to Police Rome's Desert Frontier (under Severan Rule) - an Alternative Narration of Tadmur-Palmyra's Desert Police, 163-180).
Stimolante è il saggio di H. Wienholz che, in base al riesame del materiale epigrafico e archeologico relativo al tempio di Bacco di Heliopolis (Baalbek), data in modo convincente l'edificio al tempo di Caracalla invece che al tempo di Antonino Pio, come era stato fatto sino ora in modo un po' confuso e acritico.
Anche il contributo di U. Hartmann è molto importante: mostra infatti come sotto i Severi la città-stato di Palmira fu teatro di una serie di processi di trasformazione fondamentali: la metropoli del commercio alla periferia dell'Impero divenne una colonia romana la cui élite si impegnò sempre più a favore di Roma: l'integrazione definitiva nell'Impero pose così le basi per l'importanza politica che la città assunse durante l'epoca degli imperatori soldati. Settimio Severo fu il primo a stanziare una guarnigione stabile a Palmira e, intorno al 198, fu inoltre costruita una strada da Apamea sull'Oronte a Palmira. Con Caracalla la città acquisì anche lo ius Italicum e la relativa esenzione fiscale.
Si segnalano altresì due contributi relativi ai rapporti con la Grecia e al ruolo delle Augustae: quello di G. Mitropoulos (The Severan Dynasty and Greece. New Beginnings, Old Connections, 255-278), che studia i rapporti tra gli imperatori Severi e la provincia d'Achaia, in cu ben emerge il ruolo chiave giocato da Settimio Severo in rapporto alla città di Atene: qui, infatti, l'imperatore inviò ben due correctores rei publicae e riprese la celebrazione dei giochi (dei Panhellenia, dei Kommodeia ma anche dei nuovi Σεβέρεια); il saggio di R. Bertolazzi (The Severan Augustae as Mistressess of the World, 239-254) spiega come i titoli di Τύχη τῆς οἰκουμένης e di δέσποινα τῆς οἰκουμένης attribuiti a Giulia Domna, Giulia Mesa e Giulia Mamea in alcune iscrizioni di Tracia, Mesia e Grecia - titoli che venivano usati quasi esclusivamente per gli imperatori - erano dovuti al particolare prestigio di cui godevano le Augustae nel periodo in cui le città dedicatarie avevano visto un notevole sviluppo urbano, ma anche in quanto madri di imperatori (Caracalla, Elagabalo, il giovane Severo Alessandro) poco interessati a faccende amministrative.
Il Caucaso e l'Armenia sono al centro dei due saggi di F. Schleicher (Armenien und der Südkaukasus in severischer Zeit - historiographische Tradition und politische Bedeutung, 279-308) e di G. Traina (Trdat, King of Greater Armenia in the Early Third Century, 309-316): ambedue gli autori fondano le loro considerazioni sulla base di un rigoroso scrutinio delle fonti, non solo classiche ma anche caucasiche (armene e georgiane): Schleicher chiarisce come sotto i Severi il Caucaso non era più così importante nella lotta contro i Parti e i Sasanidi come nei secoli precedenti; Traina mettendo in luce tutte le difficoltà che comporta la ricostruzione della figura del ruolo di Trdat sotto Caracalla e dunque la problematicità delle diverse ricostruzioni moderne.
Da segnalare anche l'interessante lavoro di L. Dirven relativo ad Hatra (Septimius Severus at Hatra. Old Tactics and New Beginnings, 317-336), che spiega il fallimento dell'assedio della città da parte di Settimio Severo nel 197 con il decisivo ruolo dei cavalieri Saraceni che erano soliti ricorrere a raids e ad operazioni di guerriglia.
Chiudono il volume, i contributi di S. Lusnia (West Meets East? Assessing Eastern Influences in the Art and Architecture of Severan Rome, 337-350), di W. Eck (Die Severer und das Militär im Spiegel der diplomata militaria, 351-364) e le sintetiche considerazioni finali di K. Buraselis (Orbis mutans. A Sort of Severan Research Interim Epilogue, 365-368).
La Lusnia, sulla base dell'analisi di tre importanti monumenti di età severiana, il Septizodium, l'arco Argenatarii, e il Tempio sul Quirinale, sviluppa alcune considerazioni comparative attraverso il confronto con altrettanti celebri monumenti presenti nelle province orientali concludendo che Settimio Severo e Caracalla svilupparono un'arte monumentale e architettonica dal sapore più cosmopolita che orientale tenendo conto delle diverse influenze che Roma in quel periodo offriva. Eck sottolinea come con la dinastia severiana non si verificarono cambiamenti significativi nell'esercito e nella sua organizzazione interna: l'unico dato notevole è l'aumento esponenziale dei diplomi dei pretoriani che si spiega facilmente con il fatto che essi non venivano più reclutati in Italia ma tra i soldati danubiani che costituivano anche il nerbo delle legioni.
Nel complesso il volume rappresenta un importante passo in avanti per le ricerche di età severiana: esso, infatti, mette a fuoco in modo molto efficace il peso della componente orientale nell'ideologia imperiale, nell'amministrazione nonché nella politica estera condotta dalla dinastia severiana. Un ulteriore merito del volume consiste nella distribuzione degli articoli per gruppi tematici omogenei, segno che i curatori hanno pensato attentamente alla coerenza e allo sviluppo del lavoro. Alcuni importanti esiti mi sembrano peraltro evidenti: il ridimensionamento della componente etnica e, in particolare, africana e siriaca, e, più in generale, della componente orientale, a favore di quella ellenistica, ma direi più precisamente ellenistico-romana.
Il quadro offerto è dunque senz'altro molto ricco: mi domando tuttavia se non fosse il caso di dedicare un paio di interventi alla problematica religiosa - qui stranamente assente - nonché al contributo, pur determinante, dei giuristi d'età severiana che, com'è noto, erano perlopiù di origine orientale.
Alessandro Galimberti